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Ospedali, infermieri allo stremo. Per i sindacati ne mancano all’appello 211: «È un rischio»

Benedice le mamme, dice che hanno un ruolo fondamentale in ospedale. «Ci aiutano a sostituire una flebo, a controllare l’ossigenazione, a fare la medicazione e a tenere sotto controllo certi parametri, a volte lo fanno anche con i vicini di letto dei figli. La corsia è diventata la loro maestra di vita: sono costrette ad imparare perchè sono spesso obbligate ad arrangiarsi», confessa, «sanno leggere le cartelle cliniche e sono capaci di dare il supporto pratico che in alcuni momenti noi non siamo in grado di garantire: per fortuna che ci sono…».

TROPPO POCHI. Ma perchè? «Perchè in corsia siamo troppo pochi e capita sempre più di frequente, anche se non dovrebbe succedere, di chiedere a loro, ai papà, ai familiari, di darci una mano». E sospira: «Solo che noi siamo infermieri professionisti e abbiamo studiato per farlo, il nostro è il mestiere più bello del mondo, è una missione e l’abbiamo scelto; chi invece si affida a noi per essere curato, non può diventare poi la risorsa del reparto su cui fare affidamento per arrivare a sera».

ANGOSCIA. Parte da qui l’urlo angosciato di questa professionista della sanità veronese, una con tanti anni di esperienza in Azienda ospedaliera in diversi reparti ad alta specialità, che manteniamo anonima a tutela della sua posizione. «Non ce l’ho con nessuno», spiega, «perchè se siamo ridotti così male il problema ha origini lontane, iniziate chissà quando, non dipende dal singolo direttore o dal potente di turno messo a comandare: questo disastro è sicuramente l’effetto di macro politiche sbagliate del passato che hanno equiparato professioni estremamente delicate come quelle sanitarie ad altre della funzione pubblica ma che, proprio per il loro campo d’azione, non possono sottostare a logiche di marketing e di puro profitto: un ospedale non può fare utili e guadagnare sulla pelle della gente e dei lavoratori».

POLITICI. Di più: «Ma lo sanno, i manager e i politici, che noi ci facciamo il segno della croce ogni volta che finisce un turno senza problemi? O che usciamo dalla sala operatoria? Lo sanno che c’è chi decide di rinunciare a questo posto di lavoro sicuro, qui in Azienda ospedaliera, perchè non regge più i carichi e lo stress correlato? Lo sanno che poi tutto questo malcontento ricade sull’utenza, sempre più esposta a rischi clinici reali?».

PAZIENTI. Anna, chiamiamola così, entra nel dettaglio: «Anche una come me innamorata dei suoi pazienti da dedicarci tutte le energie possibili, una che ha trasformato l’ospedale nella propria casa e che qui dentro, dentro a questo micro-cosmo che va in scena ogni giorno tra mille difficoltà a contatto con il dolore, la sofferenza, la fragilità della vita, con la morte che è più viva che mai, anche una come me, adesso, ha deciso di mollare. Mi piange il cuore ma sono sempre più convinta, per il mio benessere psicofisico e quello della mia famiglia, di fermarmi. Se ho l’alternativa? Non certo come infermiera, se vado via di qui non lo faccio per trovarmi nella stessa situazione altrove, perchè la carenza di personale è una pandemia italiana: ho un diploma da insegnante, busserò a qualche scuola privata». Poi, l’appello sincero: «La gente deve ascoltare, deve rendersi conto, deve riflettere: la nostra sanità è all’implosione e a farne le spese, a breve, sarà chi si trova ricoverato in reparti che vanno avanti solo per la buona volontà dei dipendenti, di tutti, dagli Oss fino su ai medici passando per gli Oss».

NUMERI. Quello di un infermiere ogni sei pazienti sarebbe il rapporto ideale, secondo l’Organizzazione Mondiale Sanità, per ridurre del 30% la mortalità a un mese dalla dimissione rispetto, ad esempio, a strutture dove è di 1 a 8. «Come siamo messi qui in Aoui? Magari fosse così, potremmo davvero assistere i malati come si deve ma non ci riusciamo, mancano i numeri: siamo troppo pochi, con un’età media sempre più alta, incastrati in turni impossibili e carichi insopportabili. Stiamo implodendo e il servizio pubblico sta saltando».

SFOGO. Lo sfogo è di una storica dipendente dell’Azienda sanitaria integrata di Verona. Una di quelle brave, sempre in prima linea, sempre disponibile, precisa, una lavoratrice che s’è sempre sacrificata per il bene dei suoi pazienti, che s’è messa sempre “dopo” anteponendo i loro bisogni ai suoi.

ESASPERATA. «Ma adesso sono esasperata», ammette Anna, «sto perdendo la mia famiglia, i miei figli, non ci sono mai con loro, anche all’ultimo momento vengo richiamata, non si può programmare mai niente, salto i riposi, gli smonto-notte, le ferie… Questo lavoro avevo deciso di farlo quando avevo 6 anni, era il mio sogno, ma adesso il vaso è colmo». E conclude: «La situazione è peggio di quello che si pensa ed è doveroso, nell’interesse di tutti, che iniziamo a capirlo. Siamo arrivati al punto che, se siamo a casa di riposo dopo averlo saltato la settimana prima, con turni anche di 12 ore filate, e riceviamo la telefonata dall’ospedale, non rispondiamo, anzi, parte prima il tam tam dei colleghi con messaggi del tipo “ti stanno cercando per rientrare, non rispondere”… è una vergogna ma siamo costretti a farlo per sopravvivere e per non mettere a rischio i malati». Anna termina con l’invidia verso la collega che ha trovato il coraggio di licenziarsi. «Cosa fa adesso? La commessa, ed è felice»

SOS SINDACATO. «Siamo seriamente preoccupati per la clausola inserita nell’articolo 1 del Patto della salute secondo la quale le risorse definite nell’ultima manovra (2 miliardi in più per il 2020) sono confermate salvo eventuali modifiche legate al conseguimento o meno degli obiettivi di finanza pubblica», dichiara Stefano Gottardi, segretario della Uil Funzione Pubblica di Verona, «che vuol dire? Che questo denaro potrebbe essere a rischio per una possibile procedura di infrazione dell’Europa. Anche per questo oggi scendiamo in piazza: siamo al collasso, bisogna assumere».
Nel dettaglio «in Aoui negli ultimi anni c’è stato un calo dell’11% di dotazione organica complessiva, l’81% dei dipendenti è donna e l’età media è di 48,5 anni. Mancano all’appello 211 infermieri, 103 Operatori Socio Sanitari, 40 Coordinatori alias ex capo-sala, 12 fisioterapisti e 12 ostetriche». 

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